Come le multinazionali eludono tasse e nessuno fa niente

(Napoli)ore 15:28:00 del 17/10/2019 - Genere: , Denunce, Economia, Politica

Come le multinazionali eludono tasse e nessuno fa niente

MULTINAZIONALI ED ELUSIONI TASSE - Ogni anno il 40% dei profitti delle grandi multinazionali viene dirottato verso paradisi fiscali che permettono alle aziende di eludere la fiscalità nazionale e di guadagnare circa 5 euro su ogni euro di tasse pagate.

MULTINAZIONALI ED ELUSIONI TASSE - Ogni anno il 40% dei profitti delle grandi multinazionali viene dirottato verso paradisi fiscali che permettono alle aziende di eludere la fiscalità nazionale e di guadagnare circa 5 euro su ogni euro di tasse pagate.

Si tratta del fenomeno della cosiddetta tax ruling, accordi fiscali tra le multinazionali e paesi a tassazione ridotta che accolgono il denaro delle grandi imprese concedendo una tassazione agevolata che si traduce in maggiori profitti per le aziende.

MULTINAZIONALI ED ELUSIONI TASSE - Sono i dati che arrivano da una ricerca congiunta dell'Università di Berkeley e di Copenhagen e che riportano le considerazioni di The missing profits of Nations (I profitti perduti delle nazioni), pubblicato dal National bureau of economic research degli Stati Uniti, considerato il più autorevole centro di ricerca economica mondiale.

Si tratta di analisi politico economiche che dimostrano come la vera piaga globale sia la grande elusione fiscale compiuta dalle aziende a livello mondiale. Si parla di 200 miliardi di euro di tasse che dovrebbero finire negli erari nazionali e che invece si volatilizzano nei paradisi fiscali.

MULTINAZIONALI ED ELUSIONI TASSE - Oltre al recente caso Nike, anche Ikea e altre multinazionali operanti nel Regno Unito sono sotto indagine da parte della Commissione per elusione fiscale. Le tecniche utilizzate rientrano tra i casi sopracitati: profitti trasferiti a sussidiarie offshore o fondazioni esenti da imposte attraverso operazioni infragruppo (come il pagamento di interessi o le royalties). Alle varie sanzioni della Commissione si sommano quelle comminate per iniziativa dei singoli paesi (ad esempio caso Google). Sebbene manchi ancora una normativa a 360 gradi, i primi germogli si intravedono in iniziative come la web tax italiana che recepisce la proposta di direttiva europea.

A far scuola è stato il caso Apple (figura 1). Nel 2016 la Commissione sanzionò l'azienda per 13 miliardi di imposte non pagate tra il 2003 e il 2014. Apple aveva infatti stabilito due sussidiarie in Irlanda, Apple Sales International e Apple Operation Europe, che avevano siglato un cost sharing agreement con la casa madre Apple Inc. in base al quale avrebbero pagato ogni anno il 60 per cento dei costi di ricerca e sviluppo. Apple ha sfruttato il fatto che queste sussidiarie non erano tassabili per il fisco statunitense, in quanto registrate in Irlanda, ma nemmeno per il fisco irlandese, poiché il management era gestito dalla California e la regolamentazione irlandese ritiene una società imputabile fiscalmente laddove risiede il proprio management. Il cost sharing agreement estendeva alle sussidiarie irlandesi il diritto di proprietà intellettuale sui prodotti Apple. In base all'accordo ottenuto con l'Irlanda tutti i profitti dalle vendite negli store dei vari paesi UE venivano registrati automaticamente a Dublino. I profitti confluiti nelle sussidiarie erano successivamente sottoposti all'imposta sulle imprese solo in minima parte, mentre per la maggior parte venivano internamente attribuiti a una sede centrale esistente solo sulla carta e perciò senza residenza fiscale. Di conseguenza, la tassazione effettiva sugli utili si ridusse dall'1 per cento del 2003 allo 0,005 per cento del 2014. Nel frattempo, parte degli utili veniva trasferita in California per finanziare la ricerca.

Caso Apple

Resta il fatto che confrontando il regime di tassazione sugli utili delle imprese, persiste una forte disomogeneità tra i paesi europei, che crea squilibri all'interno del mercato unico . I dati Ocse riportano sia l'aliquota ufficiale, somma della tassazione dello stato centrale più quella locale (in Italia Ires più Irap), sia l'aliquota effettiva media elaborata secondo il modello Devereux-Griffith. Quest'ultima tiene conto dei diversi regimi di deduzione degli interessi e degli ammortamenti, ma non di incentivi ambientali o alla ricerca e sviluppo che possono influire sulla tassazione effettiva. Inoltre si tratta di un modello che stima ex-ante il peso della tassazione su un ipotetico investimento tenendo conto di diversi scenari di inflazione e tassi d'interesse, nonché di una struttura del capitale in parte a debito e in parte azionaria. Bisogna tenere conto che i risultati possono differire da stime effettuate ex-post sui dati di bilancio.

A tutto ciò va aggiunta la difficoltà di raggiungere accordi di cooperazione con i paradisi fiscali extracomunitari.

Cosa avviene negli Usa
La situazione non è molto diversa Oltreoceano come testimoniano i dati del Financial Times. Nel 2016 le imposte effettive che i giganti hi-tech americani hanno pagato sui profitti all'estero sono state sensibilmente inferiori rispetto a quelle sui profitti domestici (figura 2). Donald Trump ha risposto con un massiccio taglio alle imposte nella speranza di riportare in patria i profitti parcheggiati all'estero: da un lato riducendo l'aliquota sul reddito d'impresa dal 35 al 21 per cento, dall'altro offrendo un'aliquota agevolata al 15,5 per cento al rimpatrio una tantum dei profitti detenuti offshore. Infatti la regolamentazione statunitense, prevedeva che i profitti ottenuti all'estero non venissero tassati finché non rimpatriati sotto forma di dividendi alla casa madre (worldwide method), facendo sì che le imprese accumulassero centinaia di miliardi di profitti offshore, come avvenuto per Apple in Irlanda. Dalla riforma Trump si adotta invece il sistema territoriale, ovvero si pagano le tasse nel paese dove si producono gli utili.

Tassazione effettiva sui giganti hi-tech Usa

La parte tratteggiata si riferisce alla stima delle tasse da pagare sui profitti all'estero da rimpatriare. Fonte: Elaborazione del Financial Times

E il trend da due decenni a questa parte è di una progressiva riduzione della tassazione sulle imprese multinazionali, soprattutto su alcuni settori che riescono a eludere maggiormente le imposte grazie alle operazioni infragruppo e alla contabilità degli asset intangibili (figura 3). Una concorrenza al ribasso tra paesi che va a discapito di altre forme di tassazione e del welfare state.

Scritto da Luca

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