La Terra ci presenta il CONTO di un mondo SENZA GIUSTIZIA

(Genova)ore 16:06:00 del 24/06/2018 - Genere: , Ambiente, Sociale

La Terra ci presenta il CONTO di un mondo SENZA GIUSTIZIA

Guardate che non basta, raddrizzare uno sviluppo – finora ingiusto – sostituendolo con il miraggio di una crescita economica globale finalmente equa.

Guardate che non basta, raddrizzare uno sviluppo – finora ingiusto – sostituendolo con il miraggio di una crescita economica globale finalmente equa. La voce “decrescita” (del Pil) risulta sempre sgradevole, dissonante, preoccupante: ma è purtroppo coerente con tutte le previsioni sistemiche dei climatologi, che danno alla Terra altri vent’anni, al massimo, prima del collasso ecologico che già sta avanzando in modo inquietante, con le temperature balneari registrare alle Svalbard e lo scioglimento inesorabile della calotta artica.

Nel lontanissimo ‘700, il padre della fisica Isaac Newton predisse – in base a complessi calcoli – che le risorse terrestri si sarebbero esaurite entro il 2060: un pronostico, sottolinea il saggista Gianfranco Carpeoro – sinistramente coincidente con quello del governo Usa, secondo cui fra quarant’anni, di questo passo, arriveremo alla morte biologica degli oceani. Ragionamenti che possono apparire letterari e strampalati, semplici suggestioni millenaristiche calate in un mondo distratto dai mondiali di calcio o appassionato al derby Italia-Francia su Salvini, gli sbarchi selvaggi e l’opaco traffico malavitoso gestito dalle Ong. Vero, l’Europa ladrona nega all’Italia un’espansione vitale del deficit, mentre c’è chi muore in mare per un tozzo di pane. E se si tracolla tutti, sotto la furia di un pianeta stremato dai nostri abusi suicidi?

Anni fa, Maurizio Pallante – profeta italiano della decrescita, teoria sviluppata insieme all’economista francese Serge Latouche – scrisse, in un saggio, che l’inversione strategica del cosiddetto sviluppo fermerebbe automaticamente anche l’esodo dei Migrantimigranti, che sottrae preziose risorse ai paesi d’origine in termini di umanità, intelligenza, cultura e forza lavoro. Chi ha ridotto l’Africa a un deserto da cui scappare? Noi, ripose per primo l’antropologo Claude Lévi-Strauss. E il vecchio colonialismo novecentesco, aggiunge oggi l’economista Ilaria Bifarini, è stato rimpiazzato – in modo midiciale – dallo spietato neoliberismo globalista, ancora più predatorio. Tutto vero, conferma il teorico della decrescita: ma forse facciamo prima a cambiare lessico, a introdurre una nuova terminologia. Facciamo prima a trasferire la parola crescita (del Pil) nel posto che le compete – la spazzatura della storia – dal momento che è semplicemente folle sperare di moltiplicare all’infinito il prelievo illimitato di risorse, prodotte da un ambiente necessariamente “finito” come il pur immenso ecosistema terrestre. In altri termini lo dicono le stesse Nazioni Unite: l’Onu prevede che l’emisfero nord sarà invaso da qualcosa come mezzo miliardo di “profughi climatici”, in fuga da lande africane divenute desertiche o paesi asiatici allagati dall’innalzamento dei mari.

Sempre l’Onu calcola che nel giro di tre decenni la popolazione africana raggiungerà i 2,5 miliardi di abitanti: come nutrirla, dissetarla, garantirle un futuro dignitoso? Come sperare che il Sud del mondo, di questo passo, non travolga letteralmente – per disperazione – l’emisfero boreale, temporaneamente meno esposto alla catastrofe climatica?

Secondo l’ingegnere bresciano Rolando Pelizza, per decenni custode del segreto di Ettore Majorana (ufficialmente scomparso nel 1938), il grande fisico – rifugiatosi in un convento calabrese – negli anni ‘90 avrebbe predetto che nel Duemila avremmo assistito alla rottura irreparabile dell’equilibrio terrestre, percepibile dal 2010. Stando alla testimonianza di Pelizza, per Majorana ormai ci siamo: lo scienziato avrebbe previsto cataclismi planetari di portata epocale entro il 2024. Di cosa parla, oggi, la politica? Il solo caso della nave Aquarius ha tenuto banco per giorni, opponendo la legittima politica italiana all’oligarchia finanziaria che domina un’Ue dove si parla solo di euro e “populismo”, tassi di crescita economica convenzionale e artifici finanziari come il “quantitative easing”. Pubblicità e televisione continuano imperterrite a recitare lo stesso copione da “tempo di pace”,  Il giovane Majoranaipnotizzando il pubblico con la “neolingua” orwelliana che prevede una sola visione del mondo: le cose non possono andare che di bene in meglio. Davvero?

Ci mise pochissimo, a crollare, un mastodonte che sembrava eterno: l’Impero Romano. Dal punto di vista sociale, in Europa, da ormai vent’anni le cose vanno di male in peggio: nonostante l’inaudito negazionismo dei media, se ne sono accorti anche gli elettori italiani. Francia e Germania tremano, hanno paura che il contagio della verità metta in pericolo la gigantesca tomba di famiglia in cui hanno trasformato l’Europa. In ogni paese Ue, giustamente, crescono pulsioni ribellistiche: l’elettore medio smette di votare i partiti di ieri e alimenta le voci della protesta. La parola d’ordine è unica: giustizia sociale. L’accusa: avete truccato le regole. Una cricca di speculatori ha imbrogliato interi popoli, con la complicità di classi dirigenti corrotte. Un ossimoro: nel mondo non c’è mai stata tanta ricchezza, ma neppure tanta povertà. E oggi, alla classe media europea impoverita in modo fraudolento, viene anche imposta la convivenza forzata – e la competizione al ribasso, sui salari – con la manodopera migrante. Quella africana è inseguita dalla fame, mentre quella mediorientale è in fuga dalla guerra, scatenata sempre dalle stesse élite multinazionali e mondialiste, senza più altra ideologia che il culto del denaro – a sua volta privatizzato e amministrato (per diritto divino) da una ristretta cosca, tribale, di oligarchi neo-feudali e antidemocratici.

Importanti forze culturali si stanno muovendo, in questo frangente, per aiutare la popolazione occidentale ad aprire gli occhi sul grande abbaglio della sinistra post-comunista che ha prodotto la suprema impostura della Disunione Europea fondata sull’assurdità del rigore, progettato – insieme alla cosiddetta crisi – per aumentare in modo esponenziale i privilegi di pochissimi, a scapito di mezzo miliardo di persone. Le élite di Parigi, che fingono di rappresentare il popolo francese nello scontro con l’Italia “gialloverde”, sanno che quella che si profila è una sfida titanica: oligarchia contro democrazia. Ma, qualora le ragioni della sovranità democratica dovessero infine spuntarla fino a invertire il corso degli eventi, fino a che punto si potrebbe cantare vittoria? Persino l’espressione “sviluppo sostenibile”, di moda negli anni ‘90 prima dell’infinita euro-crisi, rischia di apparire fuorviante. Avverte Pallante: le parole “sviluppo” e “sostenibilità” non stanno insieme, alla prova dei fatti.  Fine dei ghiacci articiNel saggio “Sostenibilità, equità, solidarietà” (Lindau, 2018), scrive: serve a poco abbandonare gas, petrolio e carbone per passare all’energia pulita delle fonti rinnovabili. Se poi il risultato è la produzione di più merci, e quindi più rifiuti, la sostenibilità ambientale va a farsi benedire. Si inquina meno, in prima battuta, ma alla fine del ciclo si sarà inquinato di più, aggravando l’impronta ecologica dell’economia.

Vie d’uscite? Una: abbandonare, una volta per tutte, la stramaledetta crescita del Pil. Si chiama: decrescita selettiva. Consiste nel rinunciare, drasticamente, a tutte le sorgenti economiche inquinanti. Un caso da manuale è quello dell’edilizia: la conversione ecologica del solo patrimonio immobiliare pubblico, in Italia, creerebbe 200.000 posti di lavoro. Ristrutturare scuole e palazzi – anziché ricostruirli – farebbe flettere il Pil, ma produrrebbe economia sana per imprese e famiglie, riducendo drasticamente anche l’effetto serra che tende irrespirabile e pericolosa l’aria delle città. Meno è meglio, dice la teoria della decrescita felice. Ma come inserirla nell’agenda di una politica che l’Ue ha costretto alla più infelice delle decrescite? La stessa Ilaria Bifarini, “bocconiana redenta”, spiega che ogni punto percentuale di Pil ormai corrisponde a un impoverimento reale della popolazione: se il Pil cresce, il tenore di vita Maurizio Pallantedecresce (dato il perverso sistema di accumulazione neoliberista della ricchezza).

La sinistra – storicamente fucina di idee progressiste – si è letteralmente estinta. A sventolare la bandiera della sovranità del cittadino medio oggi è Matteo Salvini. Letteralmente impensabile che la tragedia climatica (geografica, ecologica, economica, sociale) possa infiammare la Lega, così come la Bundesbank o il board della Bce. Nel frattempo, sul pianeta siamo diventati 7 miliardi e 600 milioni. Secondo le Nazioni Unite, nel 2030 saremo 8,5 miliardi, e nel 2050 – se ci arriveremo – sfioreremo i 10 miliardi. Non manca chi spera nella nuova frontiera dell’intelligenza artificiale: saranno le macchine “quantistiche” a pilotare la Terra per evitare quella che i paleontologi ormai chiamano, “la sesta estinzione di massa sul pianeta”, data per imminente. Lo stesso Pallante, dal suo angolo visuale, scommette sull’innovazione: far crollare il Pil significa salvarsi, a patto che si traducano in pratica le più avanzate conquiste scientifiche, in grado di mandare in pensione le attuali tecnologie obsolete e inquinanti. “La storia non si snoda come una catena di anelli ininterrotta”, scrisse Montale: “Lascia sottopassaggi, cripte, buche”. Ma aggiunge: “La storia non è magistra di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve a farla più vera e più giusta”.

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Scritto da Samuele

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