Laurearsi in Italia non conviene: solo 1 annuncio su 6 rivolto a loro

(Roma)ore 18:38:00 del 11/10/2017 - Genere: , Denunce, Editoria, Lavoro

Laurearsi in Italia non conviene: solo 1 annuncio su 6 rivolto a loro

Laureato in Italia? Nessuno ti offre lavoro: solo un annuncio su sei è rivolto ai dottori

Laureato in Italia? Nessuno ti offre lavoro: solo un annuncio su sei è rivolto ai dottori

In Italia ci sono pochissimi laureati e questo – concordano tutti – è un problema. Ma come mai? Alcune analisi, uscite pochi giorni fa insieme all’ultima edizione del rapporto Ocse Education at a Glance, si sono concentrate su cosa studiano i ragazzi: possibile che sia perché tanti, troppi, si iscrivono a facoltà che non insegnano cose utili per l'ingresso nel mondo del lavoro.

La stessa organizzazione parigina, d’altra parte, ha mostrato che certo: in Italia investire in una laurea tende a dare un vantaggio rispetto al solo diploma. Ma in qualche modo si tratta sempre di un investimento, i cui frutti nel nostro paese tendono a essere minori che in molti altri – soprattutto per le donne.

Difficile giustificare la scelta di spendere tanto tempo e denaro se comunque circa il 40 percento delle 25-34enni laureate oggi non ha un lavoro . È pur sempre vero che per i titolati lo stipendio tende a crescere ma, di nuovo, questa differenza risulta minore che altrove. E anche questi fattori, quando si tratta di decidere se laurearsi o meno, a volte possono fare la differenza: soprattutto nelle famiglie meno abbienti.

Di problemi, insomma, ce ne sono diversi. Ma le difficoltà a tenere insieme studio e lavoro arrivano anche dal lato delle imprese – che per prime non sembrano comprendere il valore dell’istruzione, né paiono avere particolare intenzione di assumere persone altamente qualificato.

Per esempio, come ha raccontato Gianni Balduzzi su Linkiesta, secondo Istat soltanto una parte minima delle assunzioni previste dalle aziende nel 2015 riguarda laureati – con una fetta quasi doppia che invece non richiede nessuno studio in particolare. Difficile, oggi, immaginare lavori per i quali non serva aver studiato nulla. Eppure spesso le imprese cercano proprio questo profilo di lavoratore.

Certo poi ci sono ripercussioni sia sulla stessa azienda, che non è in grado di mettere a frutto quello che i laureati hanno da offrire, oltre che su chi lavora – naturale poi che il lavoro non qualificato venga pagato meno. Per vederla dall’altro lato: difficile che un’impresa composta in larga parte da personale non specializzato possa essere competitiva a lungo

Per quanto riguarda i compensi, c'è da disperarsi. Questi dati permettono di stimare ragionevolmente che in un anno come il 2015 siano usciti dall' Italia circa 100 mila laureati, ne siano entrati circa 27 mila (su 273 mila nuovi arrivati nel Paese) e altri 65 mila siano morti. Con queste forze in azione, i 212 mila nuovi diplomi dell' ultimo anno - stima Alma Laurea - basterebbero a far salire la quota di laureati sulla popolazione italiana di appena lo 0,12%. C' è però un problema: i 50 mila iscritti in meno all' università in questi anni produrranno presto una flessione nel flusso dei nuovi diplomi e questa può portare il tasso di crescita dei laureati allo zero-virgola-zero-qualcosa. Nel frattempo le tecnologie nei sistemi produttivi globali si fanno sempre più sofisticate, i concorrenti dell' Italia sempre più decisi a dominarle. Per un giovane, la scelta di smettere di studiare può apparire razionale: il salario medio d' ingresso di un laureato triennale è crollato da 1.300 euro del 2007 a 1.004 euro del 2012, se e quando trova lavoro.

Scritto da Luca

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