'Mi devono 8 MILIONI da 20 ANNI': la storia dell'uomo che lotta contro le BANCHE

(Palermo)ore 13:24:00 del 05/02/2018 - Genere: , Cronaca, Denunce

'Mi devono 8 MILIONI da 20 ANNI': la storia dell'uomo che lotta contro le BANCHE

«Le banche mi devono 8 milioni da 20 anni. E ora sono in rovina»

«Le banche mi devono 8 milioni da 20 anni. E ora sono in rovina»

Il calvario giudiziario di un imprenditore siciliano

«Lo hanno definito un caso di lupara bianca “aziendale” il mio. Forse come definizione è un po’ forte, ma non è troppo lontana dalla verità». Quella di Guido Agnello, 69enne di Palermo, è la storia di un imprenditore di successo, la cui ascesa è stata bruscamente fermata dalle banche. Che da amiche e partner di un progetto di successo si sono trasformate in tagliole in grado di azzoppare il sogno di un uomo. Il suo nome rappresenta il made in Sicily in giro per il mondo. Ma da 23 anni è anche il simbolo della lotta contro lo strapotere degli istituti di credito, che gli hanno portato via quanto costruito in una vita, costringendolo ad inseguire la giustizia nelle aule di tribunale. Una giustizia lenta e miope, che ancora oggi, pur senza aver commesso alcun errore, non riesce a restituirgli ciò che gli appartiene.

«In un momento in cui da una mia idea e su input del Consiglio d’Europa nasceva e iniziava a concretizzarsi a Palermo la fondazione “Palazzo intelligente”, bacino di ambiziosi progetti socio- culturali – spiega Agnello -, nel 1995, la Sud Factoring, società partecipata dalla Banca nazionale del lavoro, alla quale avevo affidato il fatturato della mia azienda, fallisce e così da creditore sono diventato debitore della Bnl».

L’esposizione nei confronti dell’istituto ammonta a circa 70 milioni di lire, somma che improvvisamente, a luglio di quell’anno, gli viene chiesto di restituire. Ma la cosa non spaventa Agnello, imprenditore accorto e sempre risultato credibile con le banche. La sua, d’altronde, si era rivelata una scommessa vincente: quella di portare la grande moda siciliana in giro per il mondo, fabbricando il primo jeans ricamato e la prima coperta ecologia. Un successo strozzato da un braccio di ferro mai terminato. «Ho depositato 20 milioni, accordandomi per un piano di rientro rateizzato – spiega -. Ma a settembre, due mesi dopo quella richiesta, mi è stato notificato un decreto ingiuntivo per l’intera somma, come se quella prima tranche non fosse mai stata versata».

A generare il malinteso, la mancata comunicazione fra i responsabili dei diversi uffici interni alla banca, complice il periodo di ferie, che porta ad un decreto ingiuntivo esecutivo e, a cascata, di lì a due anni, la richiesta di rientro da parte degli altri istituti di credito con i quali Agnello ha rapporti economici. «Tutto ciò ha avuto esiti disastrosi sia nell’ambito lavorativo sia in quello familiare – racconta ancora l’imprenditore -. Io e mia moglie eravamo entrambi fideiussori dei finanziamenti in questione e abbiamo subito anche il coinvolgimento del nostro patrimonio immobiliare». Inizia qui il calvario dell’uomo nelle aule di tribunale, presentando opposizione al decreto ingiuntivo. Per i primi due anni Agnello riesce a tenere duro, e grazie ai buoni rapporti personali costruiti negli anni, le altre banche temporeggiano prima di emettere i decreti ingiuntivi provocati dal primo, quello della Bnl. Ma dopo due anni non possono più attendere, così vengono bloccati i conti e per Agnello le difficoltà aumentano.

Solo l’anno successivo, nel 1998, arriva la sentenza che sancisce l’illegittimità delle richieste della Banca nazionale del lavoro. Nelle motivazioni i giudici sono chiari: «Non risulta prodotto alcun documento che dimostri la consistenza del debito nei confronti della Bnl», si legge. Ma il nome dell’imprenditore compare ormai nella “Centrale dei rischi” come cattivo debitore. E prima che la sentenza diventi definitiva bisogna attendere il 2008. Sono passati, dunque, dieci anni dalla prima volta che Agnello ha tentato di ristabilire la verità e prima di riabilitare la propria immagine di imprenditore solvibile. Un periodo di tempo lunghissimo, trascorso tra un rinvio e l’altro. «Per 5 anni la banca ha chiesto rinvii sostenendo di non trovare i documenti, per altri 5 perché doveva ricostruire la vicenda. Nel frattempo – racconta – sono cambiati diversi giudici, finché non ne è arrivato uno straordinario che nel giro di poco ha chiuso tutto condannando la banca. Ma quando il danno era ormai fatto».

Superata la prima vicenda giudiziaria, per Agnello inizia il secondo step. Convinto di avere alle spalle lo scoglio più grande, prova a rialzarsi e crea la “Coppola storta”. Un’idea che riesce a rovesciare gli stereotipi sulla propria terra espropriando alla mafia uno dei suoi simboli. Tutto grazie ad una cooperativa di donne che ha spedito in giro 150 mila esemplari di “coppola storta”. Ma presto tutto si sfalda: così, dopo il pignoramento dei beni, compreso un palazzo storico nel centro di Palermo, è costretto a cedere la cooperativa alle donne che ne fanno parte. Perché il passo successivo, il più importante, è il più difficile: quello per avere il risarcimento dei danni subiti, materiali e non, quantificati in circa 8 milioni di euro. La Bnl rifiuta la mediazione e così tocca tornare di nuovo in tribunale.

Ma il giudice rigetta la richiesta di risarcimento, negando l’effetto domino subito dopo il primo decreto ingiuntivo, proprio per quei due anni di tempo concessi dalle altre banche. «Il paradosso non è soltanto che non si è tenuto conto delle richieste di rientro delle altre banche avvenute immediatamente dopo, come da prassi, al decreto ingiuntivo della Bnl e con tutte le conseguenze del caso, ma che i due anni in questione oggi nel ricorso sembrano giocare a mio sfavore – protesta l’imprenditore -. Due anni che, con indescrivibile fatica e tenacia e grazie alla mia credibilità e ai rapporti di stima e fiducia con i dirigenti degli altri istituti bancari, ho invece trascorso cercando di non far degenerare ulteriormente la situazione, e appunto insieme a loro sono riuscito a tenere ferma un’ulteriore aggressione, in attesa di una sentenza che sembrava imminente e che invece si è fatta attendere un anno di troppo».

Agnello, assistito dall’avvocato Alfredo Galasso, nel 2016 fa ricorso in appello ma ancora oggi nulla sembra muoversi. «È difficile parlare di giustizia quando questa attesa è legata ad una udienza fissata soltanto per gennaio 2019, una data che oggi non posso e non voglio più attendere e per il quale, anticipo, ho intenzione di lottare con tutte le mie forze ritenendolo oggi un mio diritto», promette.

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Scritto da Sasha

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