Riprendiamoci l'ITALIANO: siamo INVASI da termini e modi di dire inglesi

(Genova)ore 23:18:00 del 11/12/2017 - Genere: , Cultura, Editoria, Sociale

Riprendiamoci l'ITALIANO: siamo INVASI da termini e modi di dire inglesi

La cultura – ce l’ha insegnato Gramsci – è sempre il luogo dell’acquisizione della consapevolezza del conflitto e del proprio posizionamento in esso.

Il greco e il latino sarebbero “lingue morte”? Secondo la vulgata corrente, sì. Ma da qualche tempo si assiste ad una rivalutazione, davvero in controtendenza con lo spirito dei tempi, di entrambe. Studiate con crescente successo in molte università occidentali, e non solo, vengono quasi universalmente riconosciute come le fonti del sapere universale e della logica. Curiosamente in Italia, almeno nelle scuole e nelle università, continuano ad essere sottovalutate. E ciò spiega, secondo alcuni esperti, il degrado della stessa lingua italiana che non si avvale più della conoscenza del greco e del latino le cui “costruzioni” fraseologiche e sintattiche, di derivazione indoeuropea, sono per secoli state – sia pure in versione “volgare”, come diceva Dante – i fondamenti della nostra lingua.

Se, come acclarato, gli studenti scrivono male è senz’altro perché si offre loro un pessimo insegnamento dell’italiano nelle scuole primarie e secondarie, ma anche perché il greco ed il latino sono stati inopinatamente banditi in ragione della loro indimostrata “inutilità”. Ci stiamo privando, generazioni dopo generazioni, di una preziosa miniera dalla quale estrarre non soltanto l’eleganza della parola scritta e orale, ma soprattutto la profondità di concetti che “tradotti” non rendono come nell’originale. Sarebbe il caso che i numerosi “sovranisti” improvvisati, a cui sta a cuore evidentemente soltanto la moneta,  si prendessero cura almeno un po’ anche della sovranità dell’idioma se è vero che il biglietto da visita di un popolo è la sua lingua. E questa non nasce dal nulla.

Èvero, come hanno scritto in un appello-manifesto intellettuali e accademici qualche mese fa, che “è ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcune facoltà hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana”. Ma è altrettanto vero che ciò accade per una sorta di idiosincrasia ideologica innestatasi nelle riforme scolastiche che si sono susseguite dalla fine degli anni Sessanta tese ad isolare l’italiano dalle sue radici che sono appunto il latino ed il greco. Gli stessi firmatari, tra i quali CanforaCacciariGalli Della Loggia, sono consapevoli che ”a fronte di una situazione così preoccupante il governo del sistema scolastico non reagisce in modo appropriato, anche perché il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi. Ci sono alcune importanti iniziative rivolte all’aggiornamento degli insegnanti, ma non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema”.

Contro la neolingua anglofona dei mercati mondializzati – che, come il “newspeak” di Orwell, viene ogni giorno impoverendosi tendendo di fatto all’afasia dei “tweet” e degli “sms” –, occorre reagire con coscienza e discernimento rivalorizzando la “veterolingua” nazionale, contro la quale da tempo si scagliano con furore i poliorceti del mondialismo con incoscienza felice. I quali, distruggendo le lingue nazionali, aspirano in pari tempo ad annichilire le culture e le storie dei popoli sull’altare del piano liscio asimbolico, aprospettico e aculturale del “one world” (e sempre più “one word”) del mercato globale.

Ecco perché oggi parlare la propria lingua nazionale è un gesto rivoluzionario. Non solo. Occorre, con Sallustio, selezionare con ponderazione le parole più raffinate e più pregne di storicità, anche a costo di essere scherniti dai mandarini del pensiero unico cosmopolitico: Nuova York in luogo di New York, terminale in luogo di computer, corriera in luogo di pullmann, e così via. Occorre, in compresenza di due parole dal medesimo significato, scegliere diligentemente sempre la forma più arcaica e desueta: spagnuoli in vece di spagnoli, ananasso in vece di ananas, maraviglia in luogo di meraviglia, palmizi in luogo di palme, pronuziare in luogo di pronunciare, e così via. Si tratta, occorre averne coscienza, di una battaglia culturale della massima importanza.

La cultura – ce l’ha insegnato Gramsci – è sempre il luogo dell’acquisizione della consapevolezza del conflitto e del proprio posizionamento in esso.

Scritto da Luca

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